L’AQUILA: CARTOLINE DAL PASSATO

 Emanuela Medoro

 

Sono nata a l’Aquila in Via S. Francesco di Paola, n° 17, ho abitato in Piazzale Pasquale Paoli, Viale Francesco Crispi e Pettino, per finire in una recentissima palazzina del Torrione dove sono tornata ad abitare dal dicembre del 2009, unica fortunata fra  membri della mia famiglia a  stare a casa propria, tutti sono ancora sparsi a distanze impensabili qualche mese fa. Le mie cartoline illustrano una piazzetta con la rimessa degli autobus di Pacilli, un bel mandorlo spuntava dalle mura  di cinta del  giardino della casa di fronte, la sua fioritura era un fatto che dava gioia. Poi più giù, percorsa in discesa via Campo di Fossa, con una cascata di edera sul muretto di sinistra, ecco un bel piazzale a semicerchio dove si poteva giocare senza problemi, almeno fino agli anni sessanta, e poi un viale alberato ordinato e pulito che portava da Porta Napoli a corso Federico II, dove si poteva camminare liberamente a qualsiasi ora. E c’è anche la cartolina di una villetta a schiera in quel di Pettino. Tristissima la sorte di tutti questi luoghi, case da abbattere…Se lo sapesse mio padre, che quando comprava una casa, la comprava per un futuro eterno!La vita quotidiana degli abitanti di queste zone si svolgeva nel centro della città, i luoghi di lavoro raggiungibili a piedi, la villa per i giochi dei bambini, la piazza sempre affollata per i rifornimenti di frutta e verdura fresca nonostante il diffondersi dei supermercati, il corso ed i portici per lo struscio e la vita sociale, i vicoletti e le piazzette per negozi, ristoranti e studi professionali, la passeggiata intorno al forte spagnolo per sgranchirsi un po’ le gambe. Cinema,sale da concerto, teatri, pizzerie contribuivano a facilitare incontri e chiacchiere, erano il principale luogo di elaborazione della cultura cittadina.  Con la macchina in meno di un’ora si raggiungevano, e si raggiungono ancora, per fortuna,  luoghi verdi per passeggiate, piste e percorsi innevati per godersi paesaggi che rinfrancano lo spirito. Tutto questo era la bellezza della città fredda e rocciosa, una bellezza dignitosa, con un suo stile dalle radici antiche: sobrio, misurato,  nascosto, alieno da manifestazioni vistose e chiassose, amante della musica, della poesia e della pittura.  Poi un brutto giorno, all’improvviso, tutto questo finisce. Non più liberi  cittadini, diventiamo involontari ospiti a tempo indeterminato in zone estranee, assistiti dallo stato nelle funzioni di Protezione Civile. E accade anche che mentre il Presidente degli USA ed i grandi della terra vengono fotografati nei luoghi dove sono vissuta, io non ci posso neppure passare. Un fatto surreale e spiazzante, che ha fatto emergere, superato lo shock paralizzante della paura dello sconquasso, il sentimento del dolore per la perdita irrimediabile di vite umane e mura secolari.  Come esprimere dolore e nostalgia in modo utile alla città, per una speranza di rinascita? Impossibile,  da  tempo mi sembra di vivere una piatta rassegnazione muta e depressa, come se la perdita della città dovesse essere permanente ed il futuro avere spazi ignoti ed imprevedibili. Tuttavia ho ancora reazioni di rabbia nel sentire parlare di progetti faraonici di ricostruzione in aree lontane dal centro città, destinati dunque a spopolarlo in modo permanente, per i ritardi nella ricostruzione di case b o c causati da mancanza di permessi e di risorse, per i mattoni medievali del Torrione giacenti fra erbacce e sporcizie, per pezzi di storia abbandonati a mucchi nel centro storico, per la spettacolarizzazione delle rovine, per chi si fa fotografare sorridendo in luoghi dove  ci sono stati morti e feriti, per zone verdi abbandonate nell’incuria come il parco L. Polsinelli ed il Parco UNICEF; pietà per gli anziani che muoiono in ospedali della costa,  per i bambini nati in una tenda; ed anche un sorriso pieno di speranza per i cantieri all’opera, per le luci che si riaccendono, per brevi tratti del centro storico che si possono ripercorrere, per un ristorante che riapre in via Garibaldi, per una gelateria che rincomincia a lavorare in piazza del mercato,dove stava prima. Sdegno, rabbia, rassegnazione, sorriso ed anche un po’ di speranza sono la stoffa di cui oggi è fatta la nostalgia, il dolore per la mancanza di ciò che si allontana nel tempo  e che è anche un immenso spazio vuoto, un buco nero. E’ un dolore che si muove dall’oggi al passato e poi torna ad animare l’oggi  di tanti ed ha ispirato le tristi cartoline de L’Aquila bella mè firmate Emanuela. Un giorno, chissà, qualcuno dirà che era un luogo inventato da gente visionaria.

 

emedoro@gmail.com

L’Aquila, 10 giugno 2010.