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Mario Fratti -   Eleonora Duse a cura di Emanuela Medoro                                                                                           

 

Sommario

 

Il personaggio: Eleonora Duse
L’autore: il successo americano di Mario Fratti

I drammi imprevedibili - Il dramma “Eleonora Duse”

I Musicals

La parola all’autore: intervista.                               

Eleonora Duse

 Atto I

Atto II

Rassegna critica.

Copertina davanti , ritratto di Eleonora Duse.

Retro ,biografia di Mario Fratti,  con ritratto

 

 Il personaggio : Eleonora Duse

 

Eleonora Duse nacque a Vigevano il 3 ottobre 1858. Figlia d’arte esordì nel teatro giovanissima. Di straordinario talento nel 1870, soli 12 anni,esordì come protagonista nella “Francesca da Rimini”di Silvio Pellico, in sostituzione della madre malata. Il primo grande successo lo ottenne nel 1879 con la Teresa Raquin di Zola nella compagnia di Giacinta Pezzana. L‘incontro fondamentale della sua vita fu quello con Sarah Bernardt,dopo di che a partire dal 1880 la sua fama cominciò a crescere non solo in Italia e nel mondo. Tra i suoi successi ricordiamo “La Principessa di Bagdad “ , “La Moglie di Claudio”, “La Signora delle Camelie” . Nel 1884 portò al successo “Cavalleria Rusticana”di Giovanni Verga.

Eleonora Duse durante la sua carriera migliorò sempre con lo studio e la lettura le sue doti innate. Infatti , aggiungendo al suo repertorio opere di livello artistico sempre più alto, arrivò ad interpretare opere come “Antonio e Cleopatra” di Shakespeare (1888) “Casa di Bambola” di Ibsen (1891), ed alcuni drammi di Gabriele d’Annunzio, con cui ebbe per alcuni anni una travagliata storia d’amore, che lo stesso D’Annunzio ricordò in numerose pagine dei suoi scritti e soprattutto nel romanzo “Il Fuoco”. Aggiunse poi al suo repertorio altre opere di Ibsen, come “La donna del Mare ed “Edda Gabler”.

Dopo la rotture del tormentato legame con G. d’Annunzio, nel 1909 si allontanò dalle scene per più di dieci anni. Il suo ritorno al teatro ebbe luogo nel 1924, con “La Donna del Mare” di Ibsen.

Eleonora Duse si spense a Pittsburgh, Pennsylvania, nel corso di una lunghissima tournée negli U.S.A., il 21 aprile 1924.

Fu sepolta ad Asolo, in provincia di Treviso.

 

 L’autore: il successo americano di Mario Fratti.

 

 

IL New York Times del 27 luglio 2007 alla voce ”teatri” riporta un elenco di 28 teatri situati a Broadway, cioè nella zona intorno alla W 42 st. e 58 teatri off Broadway situati a sud della 42 e nel Greenwich Village intorno a Washington Square, tutti attivi con spettacoli o festival. Questo centro dell’ industria del teatro propaga opere in tutto il mondo.

E’ in questo mondo che vive ed opera Mario Fratti, dal 1963, quindi viene spontaneo chiedersi, soprattutto in Italia, che genere di teatro Fratti abbia prodotto negli USA, dopo i tanti successi italiani, in che cosa consiste insomma la “americanità” della sua cultura e del suo teatro, ovvero le caratteristiche specifiche del suo successo nell’arcipelago ricchissimo, variegato e ferocemente competitivo del teatro di Broadway.

 E’ noto che è un drammaturgo di cultura europea  di derivazione classica, divenuto profondamente americano nei contenuti e nei modi di esprimersi. La prima  ragione del suo successo sta nel fatto che sin dall’inizio ha avuto: “ una specie di senso internazionale del teatro che garantisce esecuzioni del suo lavoro in Europa e negli States” (Corrington). Lo ha aiutato in questo la completa padronanza della lingua Inglese-Americana e la conoscenza profonda della letteratura americana. La padronanza della lingua è il risultato prima di studi di Filologia Germanica fatti in gioventù, poi di una lunga ed appassionata ricerca linguistica documenta da una ampia raccolta di frasi e modi di dire nativi .

 

Il teatro dell’ imprevedibile.

 

39 schede nei cataloghi cartacei e 26 nel catalogo informatico della biblioteca “Salvatore Tommasi” dell’Aquila testimoniano la  ricchezza e la varietà dell’opera di Mario Fratti pubblicata principalmente negli USA ed anche in Europa.

Cito solo due pubblicazioni più recenti, la antologia pubblicata dalla NYTE (New York Theatre Experience), che ha pubblicato  una raccolta di 28 opere di Fratti intitolata “Unpredictable plays”, introduzione del critico Martin Denton e  BE@A “Teatro dell’Imprevedibile”, drammi e satire, con una introduzione di Paul Nolan.

 La collezione di drammi, satire e commedie in questi due volumi rivela  una omogeneità tematica e stilistica che rende i  testi di Fratti sempre  riconoscibili e ciascuno di essi parte  di una produzione solida, complessa e di notevole spessore artistico ed umano. Con la lettura di queste antologie si possono trovare le linee generali per una  approfondita conoscenza del suo teatro e per la comprensione dei motivi dell’affermazione della sua opera nei teatri di Broadway, off Broadway , ed in tutto il mondo  ad essi collegato.    

L’impressione che in genere si ha leggendo l’opera di Fratti è che essa combina, in una sintesi unica, l’eredità culturale europea con l’esperienza di vita americana.

La produzione italiana già aveva rivelato una giovane promessa della drammaturgia, il dramma“ La Gabbia”  aveva vinto un premio Vallecorsi (dramma intorno al tema gabbia-prigione-costrizione che ricorre in numerose altre sue opere). Poi ci fu una fortunata partecipazione al festival di Spoleto che piacque a Lee Strasberg, che la volle rappresentare all’Actor’s Studio.

Così nel 1963 inizia la stagione americana della produzione di Mario Fratti, su cui cito il commento del Prof. Carlo De Matteis, fatto durante un incontro con l’autore all’Università dell’Aquila, nella metà degli anni ’90.

“L’America svela orizzonti inaspettati al giovane autore, serbatoio esplosivo di situazioni, di conflitti familiari e sociali, di caratteri umani che si prestano a meraviglia alla drammatizzazione scenica…Il contatto con l’ambiente americano ha altresì il potere di maturarlo ideologicamente, rendendolo consapevole e partecipe dei complessi problemi della società contemporanea.

Egli stesso ha dichiarato:” Vivere in America mi ha insegnato ad essere più tollerante, più paziente, più oggettivo. Capisco meglio i problemi delle minoranze…Questa società americana con tutti i suoi problemi ed i suoi conflitti è la società ideale per un drammaturgo.”  Per queste ragioni, la seconda stagione della carriera artistica di Fratti è caratterizzata da un fecondo arricchimento delle sue tematiche teatrali, che si orientano in una molteplicità di direzioni che vanno dalla rappresentazione di situazioni sociali emblematiche con una forte carica drammatica, ad un tipo di dramma che potremmo definire storico-biografico, dalla commedia satirico-surreale alla commedia musicale”.

I  temi trattati, particolarmente adatti al gusto del pubblico americano, provengono dalla formazione culturale e politica di Fratti che risale alla sinistra europea anni ’50, opportunamente adattati al calderone (melting pot) americano.

Prevale nella sua produzione il perfido inganno dei forti ai danni dei deboli e spesso compare una buona  la violenza. Le sue trame, infatti, sono di solito lo sviluppo di relazioni fra ingannatori ed ingannati. Le donne, le vittime, gli uomini nascondono  le loro intime verità dietro maschere, ed attendono il miglior momento per scoprire il loro vero volto.

Inoltre i drammi sono legati a fatti di cronaca, pertanto se  letti nella successione temporale della loro composizione, assumono una chiara dimensione storica, ovvero costituiscono una originale lettura critica della storia americana degli ultimi quarant’anni. Molti dei suoi drammi hanno aspetti politici, es.: Cecità, Che Guevara, Indiani, e non hanno risparmiato strali a personaggi del calibro di Nixon, Kissinger, Reagan ed i due Bush.

A  proposito della dimensione storica, Fratti stesso ha detto: “Sono vichiano, amo la storia. E poiché la storia si ripete, illumino i miei personaggi dal punto di vista storico.”

Dalla lettura dell’opera di Fratti emerge sì la violenza di tutti contro tutti propria dell’ economia ferocemente competitiva nella corsa verso la realizzazione del sogno di diventare sempre più ricchi , ma  si  evidenzia parimenti un atteggiamento  positivo e sempre  consapevole del valore immenso di  un sistema che per le sue origini storiche garantisce  e tutela al suo interno le libertà di pensiero, parola e religione. Nel caso di Fratti il  valore primo dell’indipendenza di pensiero si manifesta con la satira politica, arguta e graffiante, estranea all’ ossequio verso le classi dominanti.   

Il sesso, generosamente sparso in tutte le combinazioni possibili omo ed eterosessuali, è una presenza costante nella sua opera. E’  usato generalmente in un contesto di inganno e ricatto di uomini ai danni di donne, e comunque ai danni di personalità deboli ed irrisolte. Il dosaggio di questi elementi onnipresenti, sesso, politica e religione,  cambia nelle varie opere dando a ciascuna la propria  specificità.

Infine  si può aggiungere che Fratti  organizza contrasti, fatti ed eventi con un  linguaggio teatrale di grande talento, asciutto, provocatorio, satirico , psicologico e politico non  solo  fatto di semplici parole. I suoi testi, infatti, presentano oltre ai dialoghi degli attori, continui suggerimenti per l’intonazione, i gesti, i movimenti, le luci, insomma la chiarezza di Fratti riguarda non solo la parola,ma tutto lo spazio scenico. 

I testi teatrali di Fratti sono  vari  ed imprevedibili ,  mai ovvi o banali,   offrono  più chiavi di lettura e consentono una vivace partecipazione dello spettatore, portato al termine dello spettacolo a chiarire il messaggio principale, con riflessioni che vanno oltre la prima impressione, ed  a misurarsi con esso, nel riso e nel pianto, secondo il punto di vista.

Concludo questa breve introduzione al teatro di Mario Fratti, con una sua riflessione sul teatro, riportata nell’intervento di C. de Matteis. “ Secondo me il teatro è interpretazione della vita, quindi azione. Il teatro letterario, tanto frequente in Europa, è antitesi del vero dramma che significa etimologicamente azione. L’autore drammatico è un interprete della vita che lo circonda. Osserva, selezione, sottolinea. Il teatro è selezione dei momenti più drammatici, in sintesi. In pochi minuti osserviamo la vita dei protagonisti in selezionati momenti della loro esistenza. I più importanti. Azione pura, quindi.”  

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Il dramma “ Eleonora Duse”

 

Mario Fratti scrisse il dramma “Eleonora Duse”  per l’Asolo State Theatre Festival di Sarasota, Florida, e fu presentato nel luglio 1967 nel teatro di quella città dove la Duse aveva recitato.

Il dramma  di Fratti prende lo spunto da un episodio di cronaca. “Il 5 aprile 1924, Eleonora Duse diede il suo ultimo spettacolo. Stette a lungo nella pioggia fredda, disperatamente bussando alla porta del teatro. Ma la porta era chiusa a chiave. Si ammalò e morì durante la notte fra il 20 ed il 21 aprile, allo Schenley Hotel di Pittsburgh, lontana dall’Italia e dalla gente che amava. Il suo  ultimo spettacolo fu  il dramma “La Porta Chiusa” di Marco Praga”.

Fratti immagina un qualcosa che avviene all’interno del teatro dalla porta chiusa nel quale lei invano tentava di entrare e ci dà una magistrale lezione di teatro.

 Attraverso le spiegazioni, i suggerimenti ed i commenti di una valida ed appassionata insegnante di teatro, sono esplorati tutti gli aspetti tecnici, psicologici ed artistici delle interpretazioni dei personaggi più famosi del repertorio della magica Duse. Essi compaiono in  scena recitati da allievi attori  che tentano di imparare e migliorare la propria arte commentando,  cercando di comprendere e  scoprire tutte le sottigliezze, i segreti dell’arte e del temperamento della Duse e della speciale qualità della sua arte.

Emerge anche, come al solito nelle opere di Fratti,  una dimensione storica che si realizza in  un  viaggio immaginario  nella vita, cultura e politica  dell’Italia degli anni dei successi della Duse, quelli di passaggio dalla fine dell’ ‘800 al primo ‘900, i cui notissimi personaggi (G. D’annunzio, A. Boito, Mussolini) sono visti e commentati dal punto di vista di una insegnante di teatro americana e di una ricca vedova innamorata del teatro.       

Nel secondo atto la magia scenica creata dal suono dei colpi di qualcuno che bussa  alla porta più volte e dal suono cupo sempre più insistente e minaccioso della pioggia scrosciante, il finale, sorprendente come sempre nell’opera di Fratti, entra in una dimensione onirica, in cui improvvisamente sulla scena avviene una trasformazione e nello spazio teatrale appare una immagine emozionante.

 La trasformazione e l’apparizione creano un illusione, un incantesimo nella mente e nel cuore dei lettori/spettatori  che vedono come in un sogno la presenza immensa della Duse, regina tragica  del teatro. Un sogno di grande forza, che riesce a coinvolgere i lettori/spettatori  in un mondo fantastico di indimenticabili emozioni che penetrano nella memoria, per sempre.

 Grandissimo  teatro, shakespeariano. 

 

 I Musicals

 

L’intrinseca musicalità dei testi espressa bene dalla frase “I drammi volevano canzoni (the plays were crying for songs)” ha spinto i musicisti a trasformare i drammi di Fratti in musicals. Alcuni di questi sono stati pubblicati raccolti in un volume al titolo “Five New Musicals”: Puccini, Paganini, Madam Senator, Seducers, Refrigerators.

Dall’introduzione di “Five New Musicals” di Mario B. Mignone, riporto un passo efficace per la comprensione generale dei testi divenuti musicals. “…Siccome Fratti non ama i musicals con trame deboli, crea i suoi  musicals su drammi dalle trame forti. Ci vollero sette anni per strutturare Nine, per dargli armonia e forma felliniana. Ama trame chiare e storie convincenti. Fratti vuole che il pubblico dei suoi spettacoli senta che la musica è grande, ma che il contenitore (the container), la storia, sia forte e convincente. E quello non è tutto. Sceglie per i suoi soggetti personalità grandi e complesse che siano emozionanti, colorite, complesse e teatrali. Il personaggio centrale deve avere alcuni tratti umani con cui lo spettatore possa identificarsi, inoltre è presentato in una cornice storica che accentui la consistenza delle parole…”  

 Il  Musical che ha avuto tantissime repliche in tutto il mondo e numerosissimi prestigiosi premi, compresi ben sette Tony Awards, che è l’Oscar del teatro, è “Nine”.

 A proposito di “Nine” e della sua fortuna riporto un brano dall’intervista di Paolo di Vincenzo a Mario Fratti apparsa sul “Il  Centro” del 16 ottobre 2007.

Fratti: “…La storia di Nine cominciò con la rappresentazione e la pubblicazione in India ed a New York della mia commedia “Sei donne appassionate” (vita di Federico Fellini).Ed Kleban (Chorus Line)che aveva scritto delle musiche per il mio “Frigoriferi”(Premio Vallecorsi in Italia) mi suggerì di trasformarla in musical e mi presentò il giovane compositore Maury Yeston. Lunghi anni di lavoro creativo; senza mai essere pagati ,naturalmente. Vincemmo quattro premi letterari. Interessai poi il regista Tommy Tune. Era noto solo come attore ma io conoscevo il suo amore per il cinema italiano. Invitarono Arthur Kopit per ritoccare il linguaggio. L’adattamento era ormai pronto e perfetto. In conclusione abbiamo ora tre autori. Con crediti e contratti ben definiti. Vincemmo cinque premi Tony. Quando un musical viene scelto da un noto, famoso regista, cambiano tutte le regole. Lui diventa il centro del progetto.Rob Marshall è un maestro del musical. Ha portato in trionfo “Chicago”…Ma abbiamo avuto occasione di suggerire i nomi delle stelle preferite. Sono subito venuti a galla i nomi di Sophia Loren, Penelope Cruz, Marion  Cotillard (magnifica nel film “Piaf”), Catherine Zeta Jones, Renée Zellweger, Nicole Kidman, Antonio Banderas etc.etc. Saranno scelti da Rob Marshall, John De Luca e Harvey Weinstein. Tutto dipende dalla loro disponibilità e dai loro agenti…

A proposito del rapporto con il lavoro originale di Fellini , Fratti dice che …”Dopo l’inizio squisitamente felliniano delle prime scene, ho dovuto inventare elementi alla Broadway che richiede sempre ballerine, eventi insoliti, satira, originalità. Ho mandato il protagonista a Venezia dove ha molti guai mentre gira il film della sua vita. Molte occasioni per satira, balletti, equivoci e risate. E’ piaciuto a tutti.”            

 

Parla l’autore

 

Questa lunga intervista fu rilasciata da Mario Fratti a Mino Sferra, il 14 marzo 2005. Riprende ed amplia una conversazione iniziata a New York il 10 luglio 2003,  e fu pubblicata su il “Ridotto”, maggio 2005. E’ un felice compendio della  cultura e delle esperienze di vita americana di Fratti, di essa riportiamo solo i passi essenziali. 

 Mino Sferra attore e regista di teatro, si è formato prima a Roma e poi a New York,dove ha frequentato l’Actor Studio e l’Herbert Berghoff Studio, per regia e recitazione. Attualmente vive ed opera a Roma dove svolge attività di attore e regista di teatro, cinema e televisione. E’ direttore artistico del teatro “Menandro” Ha diretto il dramma di Fratti “Cecità”, rappresentato per la prima volta a Roma. Per questa regia ha ricevuto il premio internazionale “Magna Grecia” 2005. 

 

D: Sei nato a L’Aquila nel 1927. Parlami dei tuoi primi anni in quella città.

R: Nonostante la guerra, i bombardamenti, l’occupazione tedesca, il terrore e le persecuzioni, ho buoni ricordi degli anni 1935-1945. Una serena vita familiare, con due meravigliosi genitori e due bravi fratelli. Tre pasti al giorno intorno a una tavola dove papà parlava di politica, contro la dittatura fascista. Mi diede ottimi consigli: “leggi il giornale ogni mattina; studia il vocabolario; parla un italiano chiaro e corretto; evita tutte le espressioni dialettali”. Me ne ricordo solo una: “mò vengo”.

D: Hai visto molti spettacoli teatrali a l’Aquila?

R: Nemmeno uno. Eravamo una famiglia povera. Non avevamo nemmeno la radio. L’unico divertimento consisteva nell’ascoltare spesso un disco dell’Aida con mia madre. Aveva solo quello. Passavo molte ore in biblioteca. E una notte in prigione. La polizia fascista si faceva dare dal bibliotecario la lista dei lettori e dei libri letti. Volevano sapere chi mi aveva suggerito di leggere il Falansterio di Fourier. Nessuno. Leggevo gli autori in ordine alfabetico.

D: Quando hai cominciato a scrivere?

R: A dodici anni  provai a scrivere una novella in latino. Dopo averlo studiato per un anno. Deve essere stata orribile. A diciotto anni  scrissi una cinquantina di poesie. Le ho rilette. Non sono buone, ma interessanti ritratti di personaggi.

D: Quando hai scritto il tuo primo testo teatrale?

R: Tardi. I professori ci dicevano che bisognava leggere tutti gli autori, tutta la letteratura mondiale  prima di cominciare a scrivere seriamente. Assurdo!  A  trenta anni, al mio compleanno, ho scritto il mio primo atto unico.

D: Ti ricordi quale? E’ stato pubblicato?

R:  Il Campanello (Il Bordello). Fu pubblicato in “Ridotto”.

D: Quindi Il Campanello  è stata la prima scintilla?

R: Esattamente, la prima scintilla. E’ piaciuta immediatamente, ha vinto premi, è stata rappresentata. Allora mi sono chiesto: “Mamma mia è così facile?” Poi ho scritto la seconda, la terza,  e ho vinto come ti dicevo trentatré premi. Mi sono accorto che non facevo sforzo alcuno nei dialoghi e ho deciso di rimanere nel mondo del teatro.

D: Altri testi teatrali?

R: Non mi sono più fermato. Almeno due l’anno. Nel 1959 vinsi il premio RAI con il Nastro. Non fu radiotrasmesso perché… “sovversivo”. Narra confessioni e torture di alcuni partigiani fucilati dalle camicie nere.

D: Altri Premi?

R: Una trentina. I più importanti: tre volte il premio “Ruggieri”, il “Vallecorsi”, “Rosso di San Secondo”, “Lentini”, “Unasp-Enars”, “Città di Milano”, “Maschera D’Oro”, “Letterato”, “La Spezia” …

D: Furono rappresentati?

R: I tre del premio Ruggieri  furono rappresentati con successo e pubblicati ( a Pesaro: La Partita; Il Ponte; L’Amico Cinese). I Frigoriferi ( premio Vallecorsi) ebbe un’eccellente produzione a Milano con Bianca Toccafondi e fu pubblicato. Quasi tutti  sono pubblicati sia in italiano sia in inglese.

D: Qual è stata l’occasione che ha portato le tue commedie in America?

R: Nel 1962 il mio atto unico Suicidio è stato presentato al festival di Spoleto. Piacque a Lee Strasberg che volle dirigerlo di nuovo a New York all’Actor Studio. Creò interesse. Ebbero successo al teatro  De Lys L’Accademia (premio “Il Caffè”; Gigolò italiani a Venezia ) e Il Ritorno (premio “Bologna”;  ritorno dai campi di concentramento). Scoprirono che avevo la laurea in inglese presso l’Università Ca’ Foscari. Mi offrirono diverse cattedre universitarie.

D: Le accettasti?

R: Sì. Due a New York, a Manhattan, centro del teatro internazionale.

D: Altri successi?

R: Altri spettacoli. Quando i critici scrivono articoli positivi, i produttori sono interessati ad altri testi. Mi telefonano e stranamente mi chiedono se ho  una nuova “property” per loro. Property significa “merce”, qualcosa che si può vendere per avere un profitto. Hanno accettato miei drammi contro Nixon, Pinochet, Kissinger, Reagan, contro la guerra in Vietnam e quella in Iraq; e uno a favore di Che Guevara. L’interessante per loro è vendere i biglietti.

D: Il tema politico è in gran parte dei tuoi drammi. Come mai?

R: Politica è basata sulla parola greca : Polis / Città. Chi ama la propria città, chi ama la propria società, deve impegnarsi politicamente per migliorarla. Sono un uomo politico perché amo la società e voglio migliorarla.

D: Quali sono le tue opere politiche?

R: Diverse.  Sono drammi contro statisti americani. E come tu stesso mi fai notare, quasi tutte hanno un elemento politico. Alcuni critici hanno capito il motivo, io vengo dall’Europa e conosco la lotta di classe.  In Europa, sappiamo, ed è ammesso il fatto, che ci sia la lotta di classe. Vi è un gruppo di sfruttatori e un gruppo di vittime e questo è chiaro. I sindacati devono unirsi, gli operai devono unirsi. A me piace la parola unione, unità, perché è l’unica speranza di sopravvivere. In America negano assolutamente che esista la lotta di classe e affermano di essere in un paese ricco, in cui tutti sono liberi, e chiunque può diventare ricco. Addirittura il Presidente americano Bush ribadisce che anche un individuo che all’università prende -C- [sufficiente],  può diventare Presidente. Anche un uomo che non ha mai viaggiato in Europa può essere eletto Presidente, e lui stesso sostiene di non leggere i giornali e di ascoltare solo le opinioni degli amici. E’ molto politico questo Bush! Nel  dramma Cecità, che tu conosci bene, parlo bene di Bush con un gran senso di ironia.

D: Cecità parla del dramma della guerra in Iraq. E’ vero che centocinquantamila famiglie americane vivono nell’incubo del non ritorno dei loro figli?

R: Vero? Verissimo! E non dimentichiamo i dodicimila militari feriti, con amputazioni di braccia, gambe…, e stiamo ignorando i centodiecimila iracheni uccisi per sbaglio, o così dicono gli americani. Non parliamo poi delle bombe intelligenti. Un’atrocità. E il Santo Padre  a Roma ha sempre detto che è assurdo, e che la guerra è un disastro, è un crimine non amato da Gesù. E come mai Bush che si dice cristiano ha scatenato una guerra?

D: Tu sei di fede cattolica?

R: Sono nato cattolico, ma sono agnostico. Non vado in chiesa, non sono praticante. Odio l’ipocrisia della Chiesa.

D: Che ne pensi della religione in genere?

R: La parola religione è bellissima perché viene dal latino ligamen, legare. Religione è una parola che dovrebbe legare le persone. Guarda come si sono scannati per la religione.  Ancora oggi in Irlanda i cristiani ammazzano i cristiani, palestinesi, israeliani, mussulmani, le crociate degli americani in Iraq. Purtroppo, la religione così come viene spiegata, non è tollerante. Infatti è all’origine di tante guerre.

D: Hai mai scritto qualcosa sul fanatismo religioso?

R: Mi sembra di no. E’ anche un  tema un poco ovvio. Io non scrivo mai cose ovvie. Cerco di scrivere cose originali. 

D: In America esiste la censura?

R: Solo quella che viene definita censura economica. In America, solo chi ha soldi può produrre teatro. Gli Stati non danno un dollaro al mondo dello spettacolo. La censura politica è cominciata con il  presidente Bush, nel 2000. I produttori temono la sua rabbia, la sua vendetta.

D: Hai citato testi politici. Solo quelli?

R: Oh no. Gli spettacoli più fortunati sono stati  La Gabbia, già vista a Milano con Mario Mattia Giorgetti; I Frigoriferi; La Vittima; Seduttori; Madame Senator; Eleonora Duse; Sorelle; Amanti; Il Ponte; La Panchina del Venerdì, ed altri.

Per Nine,…(vedi intervista 2007)

D: Che significa essere un autore di successo a New York?

R: Poco. Interviste, inviti, lodi, offerte di altre produzioni e  pubblicazioni per tutti i mesi durante i quali l’opera viene rappresentata a Broadway. In seguito l’interesse diminuisce, svanisce. La gloria e le lodi vanno al nuovo autore con spettacolo accettato e raccomandato dal “New York Times”. E gli inviti nei migliori circoli di New York si diradano. Il successo qui è relativo. Effimero. Anche per grandi autori come Tennessee Williams ed Arthur Miller. Se mettono in scena un’opera mediocre vengono puniti e ignorati per anni. C’è ora una ripresa e una riscoperta perché Tennessee Williams è morto e Miller ha superato gli ottanta anni[1].

D: Che significa vincere un “Tony Awards” che è l’equivalente degli Oscar cinematografici?

R: Poco. Alcune interviste, foto, inviti e poi l’oblio. Un mio collega che vinse un Tony urlò pubblicamente: “Sono il Re di Broadway!” Ebbene, è scomparso dalla circolazione. Non lo ricercano, né lo invitano o lodano.

D: Ti ha aiutato il fatto che sei un italiano che ha vinto numerosi  premi teatrali in Italia?

R: No. Qui essere straniero è un fatto negativo. Gli americani sono americani al cento per cento. Preferiscono e appoggiano sempre gli autori locali, quelli nati negli U.S.A. Importanti autori francesi (Sartre, Anouilh), tedeschi (Toller, Brecht), italiani (Pirandello, Betti, De Filippo), non hanno mai raggiunto i dodici mesi di repliche.

D: Come spieghi il fatto che da trenta anni sei l’unico autore vivente italiano rappresentato e pubblicato continuamente?

R: Non dimenticare il grande Fo. Lo recitano in decine di teatri universitari.

D: Ma tu hai più rappresentazioni e più pubblicazioni. Come mai?

R: Ho scritto più testi, almeno due all’anno. Vivo qui e scrivo in inglese. Faccio anche il critico drammatico e conosco un poco tutti. Ho imparato, studiando i testi americani, che in teatro ciò che funziona non è il bel linguaggio, la letteratura, ma l’azione. Azione, chiarezza, conflitto ben risolto.

D: Quali sono gli autori che più ammiri, i tuoi maestri?

R: Pirandello, Bertolt Brecht, Arthur Miller… e una decina di miei colleghi italiani. Mi sento spesso colpevole. Sono bravissimi. Meriterebbero il mio successo. Purtroppo non sono tradotti.

D: Quali sono?

R: Aldo Nicolaj (ho fortunatamente visto tre produzioni delle sue commedie in Europa e in America), Alfredo Balducci, Vincenzo Di Mattia, Giorgio Fontanelli, Anton Gaetano Parodi, Maricla Boggio, Mario Moretti, Giuliano Parenti, Luigi Lunari, Roberto Mazzucco… e altri venti.

D: Quali sono gli autori americani che ti hanno più influenzato?

R: Arthur Miller in modo particolare. Tantissimo.  Anche Tennessee Williams. Vivevo nello stesso edificio di Tennessee Williams, lo vedevo quasi tutti i giorni.

D: Chi ti piace dei nuovi autori americani?

R: Fra i giovani mi piace Sam Shepard e David Mamet. Anche negli off-off-off Broadway ci sono dei bravi autori e anche un buon teatro.

D: E gli italo-americani?

R:  Un autore italo-americano molto bravo è un certo John Lorusso. Scrive delle ottime opere, usa un linguaggio da strada. Purtroppo non capisce la lotta di classe, non l’ha ancora inquadrata storicamente. Non ha capito che all’interno di quella struttura vi è una lotta fra il padrone e il servo.

D: Qualcuno a New York mi ha detto che il teatro italo-americano non esiste più. E’ vero?

R: Mascalzoni. Invece esiste e come! Quello che non esiste più, sono le barzellette di Ridolini degli anni 1910-1920. Ma esiste il teatro vero, simile a quello degli americani. C’è una donna che si chiama Donna De Matteo, che è più brava di Neil Simon. Magnifica! Come autrice, naturalmente.

D: Parliamone.

R: Vedi, come ti dicevo è simile al teatro americano. Assolutamente. Usa gli stessi temi: viltà, nemici, gelosia… L’italo-americano adesso è arrivato al livello degli americani. Essere scrittore italo-americano ora significa essere americano.

D: Molti italo-americani non vedono di buon occhio l’Italia. Perché?

R: Vedi, esiste un cliché secondo cui gli italiani pensano che tutti gli italo-americani siano ignoranti e viceversa gli italo-americani pensano che gli italiani siano arroganti. Di conseguenza vi è un malinteso. E’ necessario un ponte culturale che li farà comprendere meglio.

D: Esiste a New York un pubblico italiano per i nostri autori?

R: Il problema è che quando un testo italiano va nelle mani del produttore, lui lo legge e magari pensa che sia un bel testo, ma ha paura di realizzarlo perché gli italiani non vanno a teatro. Quando fanno una commedia africana, ci sono gli autobus pieni di africani che vanno a vederla. I cinesi, gli ebrei, vanno tutti a teatro. Quando fanno una commedia italiana, per pigrizia, gli italiani non vanno. Non esiste  la tradizione. Io, per esempio, con il mio spettacolo Nine, che è stato due anni a Broadway, ho fatto una piccola statistica, ebbene, il 93-95% degli spettatori erano africani, ebrei, anglosassoni…, e solo il 5% erano italiani. Lo ripeto, non c’è tradizione. Gli ebrei, invece, vanno molto a teatro, amano il teatro anche se in scena c’è una porcheria, e anche se le recensioni sui giornali sono state negative. Loro ci vanno lo stesso perché vogliono aiutare la cultura ebrea.

D: E questo non accade nella cultura italo-americana?

R: No. Gli italo-americani non sono solidali, non si aiutano, purtroppo. Anche se da breve tempo le cose stanno migliorando, non sono pessimista, tanto è vero che ho fatto pubblicare proprio in questi giorni a Milano, una bellissima antologia con autori italo-americani. E’ la prima volta nella storia d’America che esce questo volume e ne sono felicissimo. Ci sono voluti dodici anni per convincere un editore italiano. L’editore italiano si chiama Bevivino e ho dovuto convincerlo che conviene leggere testi italo-americani.

D: Tu sei anche un critico drammatico. Vedi molti  spettacoli?

R: Quasi tutti a New York. Almeno trecento l’anno. A Venezia ne vedevo cinque o sei.

D: Qual è il motivo che ti spinge a scrivere per il teatro?

R: Il dialogo, è importante, il dialogo è un’arma e bisogna usarla per illuminare gli ignoranti. Ad ogni occasione, cerco di illuminare gli ignoranti esprimendo una mia opinione, con una certa saggezza. Si parla un poco di politica, di economia, di psicologia…

D: L’opera a cui sei più legato?

R: Il problema della scelta esiste sempre, è come avere tanti figli. Quali preferisci? Le commedie che hanno avuto più successo sono: La Gabbia, I Frigoriferi, La Vittima… Si pensa che se al pubblico piacciono quelle tre, forse siano le migliori, ma ognuna ha una sua caratteristica, è un figlio speciale, una creatura speciale, e quando mi domandano quale sia la mia opera migliore, io rispondo sempre la prossima                                  

D: In questo momento sei l’autore italiano più rappresentato al mondo. Che effetto  ti                                 ti  fa?

R: Fa piacere naturalmente perché scrivo per essere ascoltato, per dare un messaggio.                                  D: Credi ancora nel messaggio?

R: Certamente. Credo ancora nel messaggio, nella possibilità di dare al mondo la mia opinione. Mi fa un enorme piacere che mi ascoltino in diciannove lingue, in diversi angoli del mondo.                            

D: Jean Servato ti ha definito il nuovo Pirandello. Perché?

R: Le opere di Pirandello vengono definite spesso Maschere Nude, poiché vi sono personaggi che calano la maschera e si confessano. Nelle mie commedie vi è sempre questa confessione, vi è una maschera sino all’ultimo momento. I miei finali sono molto forti perché in linea di massima  i personaggi stanno mentendo per sopravvivere. Vi è sempre una rivelazione valida socialmente, psicologicamente,  politicamente, questa è la mia idea e Pirandello ha lavorato in questo senso, in modo particolare nell’ Enrico IV. Mi ha sorpreso un episodio legato a La Gabbia: quando fu rappresentata la prima volta a Milano, e in seguito a New York, un critico scrisse che ero ovviamente influenzato dall’Enrico IV di Pirandello. Rimasi sorpreso, è vero che adoro l’Enrico IV, ma mentre scrivevo La Gabbia non mi ero reso conto che fosse la stessa struttura. Pensa come si arriva a volte ad una struttura! Questo succede anche ai cantanti, ai musicisti, a volte viene fuori un motivo già sentito.

 D: Come mai nei tuoi drammi quasi tutto si risolve nel finale?

R: Grandi scrittori come Sabatino Lopez, Pirandello, Arthur Miller (con il quale dialogavo spesso), dicevano che si scrive l’ultima scena per prima, in modo che sia chiara la direzione in cui si vuole andare. Il dialogo, di conseguenza, ha risonanze che annunciano più o meno il finale.

D: Nei tuoi drammi quasi sempre l’uomo è forte, virile, arrogante, mentre la donna è  completamente succube. E’ ancora così?

R: Le cose stanno cambiando completamente, l’uomo diviene sempre più debole e timoroso, e la donna è sempre più forte e determinata. E’ interessante che in tutte le mie opere (quando vedrai i paralleli nelle mie diverse opere te ne accorgerai), alla fine l’uomo diviene debole e la donna vince. Vince sempre la donna, perché lo merita, perché è più sensibile e perché storicamente è stata una vittima per dei secoli e in questi ultimi venti anni si sta riscattando.

D: Quindi è più forte.

R: Certamente. Tua madre non è più forte di tuo padre? Non c’è dubbio. Comandano loro, sono il simbolo della terra, sono più sagge e più pazienti.

D: E’ l’uomo che tradisce nelle tue commedie. E’ ancora così libertino?

R: E’ un debole che tenta di fare il forte, fa sfoggio di sé, tradisce, ma alla fine perde la battaglia. E’ un libertino perché in fondo a me piacciono le donne, fondamentalmente sono un uomo che ama le donne, che ha fatto loro torto, e sarà forse per questo [ride] che dopo tre o quattro mesi mi lasciano. Non ho mai lasciato una donna, mi hanno sempre lasciato loro.

D: Ti senti colpevole?

R: Si, mi sento colpevole, e forse per questo do il personaggio migliore alla donna. La faccio sempre vincere…

                                                                                      Roma, 14 marzo 2005

 

 Rassegna Critica.

 

L’elenco delle voci di  una documentata rassegna critica dell’opera di Fratti è ricchissimo, soprattutto quello in lingua inglese. Riporto qui  alcuni brani critici della sua opera che ne illuminano alcuni aspetti trattati nell’introduzione.

 

Franco Celenza , in “Storia del Teatro Abruzzese”

….Nelle sue commedie si stabilisce così un ponte ideale fra l’Europa e l’America a dimostrazione che un drammaturgo europeo può fondere la sua tradizione culturale con l’esperienza americana, costruendo un’ideale “comunità atlantica”. Nel contesto di un mondo teatrale americano incline all’evasione più di quello europeo,…questo autore non ha rinunciato al suo tradizionale mondo etico nel quale è onnipresente il dovere di porsi dinanzi alle tragedie delle relazioni umane con un senso di profonda umanità e col dovere di descriverne la condizione “metropolitana”come lui onestamente la vede: con indignazione morale,compassione tollerante ed una rassegnazione che è sorretta sempre da un barlume di speranza….

 

Nina Da Vinci Nichols, nell’introduzione a Sister and Lovers,Guernica 

…Il sipario si alza su un’azione già iniziata e viene giù prima che il pubblico ha ritrovato il respiro, il marchi di Fratti è la botta finale. La shock rimane fino a dopo che lo spettatore ha lasciato il teatro, i significati spesso emergono dopo che il lettore ha masso via il libro. Nulla è stato spiegato, le attese sono state rovesciate, quelle del protagonista e del pubblico.

 

Henry Hewes, Saturday Review a proposito di Eleonora Duse:

 Una delle vere gioie del dramma è la scoperta delle sottigliezze che esso offre: infatti, Fratti  decise di tentare di scrivere il dramma in tal modo da trasmettere la presenza della famosa Duse a spettatori che non l’hanno mai vista. E’ un compito formidabile poiché quale attrice vivente, per quanto ricca di talento, potrebbe riprodurre la specialissima qualità della Duse?

 

Mario Mignone, nella introduzione a  Five New Musicals, Forum Italicum Publishing, scrive a proposito della costruzione del testo nei drammi di M.Fratti:

… Fratti comincia i suoi drammi con naturalistica semplicità poi per gradi complica l’ “azione”per rivelare situazioni grottesche. Poi le sviluppa e le sfrutta in molti modi prima di risolvere il dramma con un’ulteriore giravolta grottesca. Il proposito è sempre quello di illuminare i lati oscuri della vita contemporanea, di guidare lo spettatore ad una più piena comprensione della realtà e di renderlo consapevole dei molti problemi della vita quotidiana. Infatti lo scopo principale di Fratti è quello di rendere l’umanità consapevole della sua condizione e di assicurarne la libertà dai falsi valori che la società ci impone.    

 

Paul Nolan, nell’introduzione a, Teatro dell’Imprevedibile, BE@A:

…Fratti scrive come nessun autore americano potrà mai perché porta alla sua comprensione della società americana non solo la compassione e l’indignazione morale di ogni uomo sensibile, ma anche la caratteristica tolleranza e rassegnazione che è presente solo in scrittori associati in un’antica civiltà. Egli mette anche nei suoi drammi americani qualcosa di più vasto e di differente di quanto si trovi nei lavori di O’Neill, Miller e Williams, ci indica qual’e il posto della società americana oggi nel mondo. E, stranamente, Fratti mostra spesso più fede nel sogno americano di quanta ne abbiano gli autori locali, una fede fatta di tolleranza e pazienza…

 

 

Jean Servato, prefazione al libro “Mario Fratti, Teatro Americano”, Edizioni Tersite,C. Monferrato:

…Noi rendiamo merito a Mario Fratti , da questa vecchia Europa, anche se un oceano finge paratie insormontabili e  ci fa credere lontane tali ferite: sono sempre lacerazioni umane che occorre sanare e che Fratti trascrive nei suoi drammi, con uno stile eccezionale, di altissima fattura, che lo pone accanto ad Arthur Miller, a Pirandello, a Williams, a Jonesco ed a Ugo Betti, quale testimone attento, meticoloso, inimitabile del suo tempo, nel cuore, pur sempre stupendo, del ciclone “America”

 

Roberto Trovato, critico teatrale dell’Università di Genova

Dotato di una straordinaria facilità di scrittura e di un talento teatrale istintivo, che gli fa percepire immediatamente quale sia la parola dritta ed asciutta da usare in un dialogo sia in italiano che in inglese, Fratti …preferisce che parlando di lui si citino Pirandello, Brecht e per certi versi anche O’Neill….A chi gli chiede: Qual è il suo tema di fondo”, replica con un laconico:” La libertà. L’uomo non è libero. E’  condizionato da una società che lo limita e lo opprime. Solo  pochi godono dell’unica vera libertà che è data dall’indipendenza economica”….Mentre il mondo sembra accettare la ferocia (e il fascino) del capitalismo americano, Fratti continua a denunciare con coerenza la crudeltà  di un sistema che distrugge la famiglia, moralità, umanità e qualsiasi possibilità di civile convivenza…

 

 

Mario Verdone, Audiovisivi- Roma:

Le sue qualità più evidenti restano l’attualità, la sensibilità per il documento e la cronaca, l’abilità di costruire per il teatro e di suscitare sorprese, la capacità di interpretare e discutere l’epoca d’oggi, la super-nazionalità che gli permette di restare al di sopra del mondo americano o italiano, per esprimere, con conoscenza dei mezzi teatrali, un mondo proprio, tutt’altro che ovvio o vecchio: con asciuttezza, misura, essenzialità, e carica emozionale.

Un autore, dunque, da esaminare con più interesse e rispetto, in considerazione di un’opera complessa, calibrata, solida; e d’un successo che ben pochi autori italiani possono registrare con pari dimensioni geografiche.

 

Biografia

 

Mario Fratti è nato a L’Aquila il 5 luglio 1927 ed ha compiuto studi classici. Subito dopo si trasferì a Venezia, dove conseguì la laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università Ca’ Foscari ed iniziò la carriera universitaria come ricercatore in Filologia Germanica. Subito  ottenne una solida fama come drammaturgo, i suoi drammi sono stati messi in scena sin dal 1957, ed apprezzati da pubblico e critica.

Nel 1963 visitò New York per la prima serata della sua commedia “L’Accademia”, e scelse di vivere lì, dove  lavora come drammaturgo, critico teatrale e giornalista. Ha tenuto corsi all’Università Columbia, Adelphy , Hofstra, ed è stato professore di Letteratura e Dramma italiano all’Hunter College dal 1967 al 1995. Negli States, dunque, tante affermazioni per le sue opere, poi tradotte in venti lingue e rappresentate in seicento teatri in tutto il mondo.

La sua attività é sempre vivacissima, fa conferenze, scrive drammi, e critiche teatrali, ed è una guida generosa  per artisti di teatro.

 Autore prolifico, ha prodotto più  di ottanta drammi e satire oggi  ristampati in  raccolte sia in italiano che in inglese.

Riporto i titoli delle opere e presenti nei cataloghi della biblioteca S. Tommasi de L’Aquila e di quelle pubblicate in Inglese sull’antologia”Unpredictable plays”, ove possibile è indicato l’anno del copyright. Il Campanello,1958; L’Accademia,1962; La Bara,1962; I Seduttori,1964; I Frigoriferi,1964; Che,1967; Desiderio,1967; La Panchina del Venerdì,1970; Il Ponte,1970; La Lettera,1972; Bambole,1973; Il Salvadanaio,1978; Famiglia,1986; Confessioni,1986; Il Quarto,1990;  Porno,1990; Amiche,1991; Beata, la Figlia del Papa,1994; Anniversario1994; Avventure Erotiche a Venezia,1996;  Alessia,1996; Dina e Alba,1996; A.I.D.S. 1997; Madri e Figlie,1999; Sincerità,1999; Il Club dei Suicidi,2001; Missionari,2002;Terrorista,2003; Cecità, 2003; Guerre,2006;inoltre: La Menzogna, La Gabbia, Mafia, La Vedova Bianca, I Seduttori, I Frigoriferi ,La Vittima, Sorella, Famiglia, Amanti, Caccia al Morto,Sei Donne Appassionate (Nine), Padri e Figli, Amanti,

Nine, sviluppato sul tema di “Sei donne appassionate”, ha avuto più di 2000 rappresentazioni a Broadway ed in decine di città in tutto il mondo. Con Nine Fratti ha vinto il premio selezione O’Neill, il Richard Rogers, l’Outer Critics, il Leone di San Marco, l’Heritage and Culture, otto Drama Desk Awards e sette Tony Awards. 

 


[1] Al tempo dell’intervista Arthur Miller era ancora vivo.